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Compassione

Una tantum voglio deviare dai soliti post auto celebrativi.

Da tempo seguo il gruppo facebook “Libri e Recensioni” che ha lanciato uno strambo gioco al quale ho deciso di partecipare. Il gruppo è privato e per leggerlo bisogna iscriversi.

Ecco di cosa si tratta: ogni partecipante invia l’incipit di un racconto (max 500 battute). Gli amministratori assegnano l’incipit a un altro concorrente che deve sviluppare un testo partendo da quanto ha ricevuto in un massimo di 8000 battute, spazi inclusi.


Questo è l’incipit che mi hanno assegnato:

 “L’apprendista misura il rumore dei suoi passi sul terreno viscido e ripassa nervoso i discorsi pensati per l’occasione. Al di là di un giardino con aiuole bordate di sassi e insolite piante dai minuscoli fiori gialli, la casa. Alcuni gatti lo vedono. È un incontro di sguardi più che umani che fuggono oltre la balaustra tra i riflessi del mare. Nonostante l’aria invecchiata è ancora una bella villa fin du siècle. Due immancabili palme svettano sulle irregolarità del tetto. I licheni ricoprono i gradini di marmo di Carrara lasciando il passo, più in basso, al muschio e di lato alla cymbalaria.”

Questo lo sviluppo. Il gruppo mi ha suggerito come titolo “Compassione”:

Il ragazzo distoglie lo sguardo sbrigativo dai gatti e attraversa deciso il giardino una volta ben curato, calpesta aiuole e tutto quello che incontra senza riguardo. Non ha più bisogno di ripassare nessun discorso, perché non ci sarebbero stati discorsi.

La casa era stata per lui proibita per molti, troppi anni, vietata a tutti i poveracci come lui che abitavano le casupole umili del borgo al di là della ferrovia dove nessuna pianticella dai fiori minuscoli aveva mai rallegrato la povertà. Tutta vietata, salvo il giardino, enorme.

Oggi, in questo giorno di fine aprile con un bel sole a scaldare le membra dopo il freddo della montagna, le cose sono cambiate. Il giovane non è più l’apprendista giardiniere al seguito del padrone di anni or sono, quando si spaccava braccia e spalle per tagliare rami, regolare siepi e zappare aiuole in cambio di poche monete e sguardi di commiserazione quando non di sprezzo. Tanto tempo è trascorso da quando l’elegante signora della bella villa fine secolo attraversava con aria spocchiosa mista a disgusto le strade scalcinate del villaggio sulle quali si aprivano gli usci degli indigenti con gli odori di povere minestre a permeare l’aria degli alloggi.

Anni da quando il padrone della bella villa con le sue squadracce irrompeva nel borgo per bastonare i rossi, quando il padre veniva trascinato via per insegnargli il buon vivere a suon di olio di ricino e manganello; anni da quando il gerarca era salito di grado ed erano stati altri ceffoni, non più quelli delle squadracce, ma dalle mani della milizia; anni da quando avevano trovato il suo cadavere gettato in un fosso. Invece, erano trascorsi solo mesi, eppure lunghi come anni, da quando aveva preso la via della montagna per unirsi ai ribelli che di miseria e soprusi erano stanchi. Poi si era dato Ivanov come nome di battaglia e si era calcato in testa un basco con cucita in fronte una stella rossa, tanto perché fosse chiaro a tutti da che parte stava.

Con quel basco in testa e imbracciando un mitra recuperato da un lancio di rifornimenti per i partigiani da parte dell’aviazione alleata, si era nascosto nei boschi condividendo con altri disperati come lui giorni di pericoli e di stenti, scampando alle retate di tedeschi e repubblichini, rischiando ogni momento di finire sulla forca e sognando il sole dell’avvenire che gli avevano promesso. Si era nascosto, attaccato quando era stato possibile, mai fuggito.

Adesso il ragazzo è tornato per regolare i conti nel solo modo che ha imparato: premendo il grilletto di un’arma.

Avanza deciso attraverso il parco oramai trascurato mentre si assesta lo Sten a tracolla a bilanciare il peso di un tascapane dalla parte opposta e procede diritto verso i gradini di marmo una volta belli lustri, oggi preda del muschio. Li sale. Sta per sfondare con un calcio l’uscio a lui tanto a lungo proibito, quando resta sorpreso nel vedere accostate le due ante finemente intarsiate, ma senza più il lucido dei tempi andati.

Le apre. Nell’atrio tutto è silenzio e la casa pare deserta. Dalle porte che si aprono sul vano vede un salone, le poltrone in pelle del salotto, poi una sala da pranzo, tutte grandi, enormi, arredate in finto Chippendale, come si conviene nelle case della gente per bene. Le tapparelle non sono abbassate del tutto e lasciano filtrare fasci di luce fioca a tagliare la penombra. Sembra che nessuno da tempo abbia più usato quelle sale.

Avanza senza curarsi del rumore degli scarponi sul pavimento ancora lucido fino ai piedi di una scala in finta Calacatta che del prezioso marmo ha solo il bianco crema e le tenui venature giallo dorate. Le ringhiere occhieggiano all’Art Nouveau come un poco lo pretende tutta la villa, ma sono pastrocchi di fantasia, senza uno stile definito e che ne fanno giusto un esempio di cattivo gusto, come mobili e tutto quanto.

Sta per perlustrare le stanze, ma ecco una voce giungere da sopra:

«Sei tu, Marietta?»

Marietta è la serva di casa, arrivata giovanissima a servizio dalla campagna, fedele, minuta, una bellezza slavata, incolore. L’aveva conosciuta quando di nascosto dai padroni gli aveva portato un bicchiere di quello buono per tirarlo su di forze. Lui non era mai rimasto affascinato dalla ragazza sciupatella e aveva goduto del vino, non della serva.

A chiamare era stata una voce flebile di donna. Il giovane non risponde e inforca le scale che lo portano a una grande anticamera dove si aprono le camere da letto. Sulla porta di una di queste appare la padrona che alla sua vista ha un attimo di sgomento. Poi si volta e scappa dentro. La insegue d’impulso, ma si arresta non appena varcata la soglia: davanti a lui in un enorme letto d’ottone giace un ragazzo che potrebbe avere la sua età. La donna si protende per difendere quel corpo, allarga le braccia come per impedire che gli sia fatto del male, ma l’ex apprendista non è lì per fare giustizia di ammalati.

Qui la luce del sole penetra abbondante dalle tapparelle rimaste mezzo scostate e il ragazzo ha modo di osservare la donna: non è più la gran signora dalla puzza sotto il naso; indossa una vestaglia modesta, ha il viso sbattuto più dal dolore che dal tempo, lo sguardo spaventato invece di quello arrogante dei tempi migliori, quando aveva attorno a sé un marito e tre figli altezzosi come lei. Su un comodino molte medicine, farmaci costosi comprati a caro prezzo alla borsa nera, ma che non avrebbero guarito il figlio, tanto meno salvato.

Il partigiano Ivanov si riprende dalla sorpresa e intima con voce determinata fino alla crudeltà:

«Dov’è il porco?»

La donna non risponde, ma l’iniziale spavento diventa paura quando sente il rumore secco e metallico dell’otturatore: il ragazzo ha messo il colpo in canna e con grande soddisfazione vede il terrore accendersi nei suoi occhi. Finalmente!

«Dov’è?» intima di nuovo alzando il tono e fa un passo avanti nell’atto di assestare un manrovescio su quelle guance raggrinzite e senza più traccia di belletti. La donna si porta di scatto una mano al volto per difendersi dallo schiaffo ed esclama:

«Ce l’avete davanti!»

Ha usato il “voi” per rivolgersi all’intruso. In altri tempi sarebbe stato un “tu”, ma la situazione non è più quella e il riguardo le è uscito di bocca d’istinto: meglio assecondare, oramai finito il tempo del disprezzo.

Subito dopo indica il comò dove è posata una cornice con il ritratto del “porco” in divisa nera d’ordinanza, orbace in testa, sguardo fisso e piglio fiero. Accanto altre due più piccole, come si fosse inteso rispettare una sorta di gerarchia post mortem: sono le foto dei figli in divisa del Regio Esercito, caduti in Africa. Il terzo è lì nel letto, febbricitante e semi incosciente.

Adesso nel giovane rimbalzano sentimenti molto diversi. Ha le mani sudaticce mentre spiana l’arma con il dito sul grilletto. Vorrebbe decidere di chiudere la partita con quello che resta dell’odiata famiglia, ma l’espressione addolorata dalla donna, il suo terrore, il respiro affannoso del ragazzo e quanto c’è di disfacimento nella casa glielo impediscono. Ivanov è arrivato tardi e a nulla serve lo Sten pronto a far fuoco perché altri eventi hanno già fatto giustizia per lui.

Ancora un secco clic clak e leva il colpo di canna, abbassa lentamente l’arma e insieme lo sguardo, ma non sembra che questo rassicuri la donna. Lo rialza per osservare meglio intorno: la decadenza della villa fine secolo gli appare adesso come mai prima, ma c’è dell’altro: è la sofferenza palpabile nell’aria e che sembra impregnare tutto, muri, arredi, persone. E poi il futuro, anzi nessun futuro per quei due, il figlio per la malattia e la madre per una povertà alla quale difficilmente sarebbe riuscita ad abituarsi. Le povere minestre sarebbero spettate anche a lei.

Ivanov indietreggia, poi si volta di botto e scende le scale di corsa, lascia spalancato l’uscio e attraversa frettoloso il grande giardino. Fugge per prima volta da quando aveva preso la via della montagna.


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Il Signore di Notte, un romanzo giallo nella città dei dogi
autore Gustavo Vitali
Nell'immagine di testa: spada da lato inizi secolo XXVII° dalla collezione di Fulvio Del Tin Armi Antiche, Maniago (Pordenone)
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